Blog

Come sara’ il futuro dei social network?

Sono passati tre anni da quando Facebook, per la prima volta, si accorse che i suoi utenti stavano condividendo sempre meno contenuti personali (opinioni, fotografie, ricordi). Le analisi condotte dal social network individuarono la causa in un fenomeno che da allora è noto come collasso dei contesti. Di che si tratta?

In poche parole, su Facebook si fondono contesti molto differenti delle nostre vite: tra i contatti annoveriamo colleghi, amici d’infanzia, ex compagni che non vediamo da una vita, persone che abbiamo appena conosciuto, parenti e altro.

In questa situazione, come posso sentirmi a mio agio a pubblicare le foto dell’ultima festa alcolica a cui ho partecipato, sapendo che la vedranno anche i colleghi? Come posso esternare serenamente le mie opinioni politiche se il rischio è di trovarmi a discutere con una prozia che a malapena conosco? Nella nostra vita offline, ciascuno di noi è una persona parzialmente diversa a seconda del contesto in cui si trova. Su Facebook, e in parte anche su Instagram e altrove, questi contesti collassano in un unico amalgama, provocando un immobilismo che a volte ci impedisce di pubblicare alcunché.

Ed è per questo che, negli ultimi anni, stanno rapidamente crescendo i social network di nicchia, che offrono un ambiente molto più uniforme e in cui quindi gli utenti possono trovarsi maggiormente a loro agio. Sono piattaforme che hanno l’intento di creare comunità omogenee attorno a passioni ben precise, che siano le birre (Untappd), i viaggi (Yonders), la corsa (RunKeeper) o le escursioni di gruppo (AllTrails).

Ovviamente, si tratta di social network che hanno un’utenza numericamente inferiore ma molto più motivata. E che quindi frenano l’impulso allo scrolling compulsivo e privo di qualunque attenzione che ognuno di noi ha sperimentato su Facebook, Twitter o Instagram. Al contrario, questi social stimolano un comportamento attivo: lo scambio di informazioni utili, l’organizzazione di incontri, la scoperta di nuovi contenuti e altro ancora.

A quanto pare, i numeri stanno premiando i social progettati a questo scopo: AllTrails aveva 200mila utenti nel 2012, oggi ne dichiara 10 milioni. Untappd ha da tempo superato i 3 milioni. Runkeeper è decisamente più grande è già nel 2017 aveva superato quota 50 milioni di utenti. Le potenzialità sono pressoché infinite: social per amanti di fumetti o videogiochi, di yoga o pugilato, di arte contemporanea o filosofia antica.

Lo stesso Facebook ha intuito l’importanza di dare agli utenti dei social un luogo in cui confrontarsi tra chi condivide le stesse passioni e sta per questo spingendo sempre di più sui gruppi: luoghi studiati appositamente per riunire comunità omogenee. Per ora, i gruppi di Facebook non sembrano però rappresentare una particolare minaccia ai social di nicchia, principalmente perché – come ha spiegato il docente di Comunicazione Scott Campbell a The Ringer – ormai il più grande tra i social network si è arricchito di talmente tante funzioni e sezioni che la navigazione si è fatta sempre più complessa e confusionaria; al punto che anche chi apre Facebook per entrare in un gruppo rischia invece di ritrovarsi, quasi senza volerlo, a scrollare comunque il newsfeed o a guardare dei video virali a caso.

Ma c’è un’altra tendenza che sta prendendo piede e che risponde ad altri problemi dei social tradizionali. Come ha scritto Cal Newport sul New Yorker, “siamo diventati diffidenti nei confronti della cosiddetta economia dell’attenzione, che, in nome dei guadagni delle multinazionali, sfrutta le nostre vulnerabilità psicologiche in modi che possono corrodere la vita sociale, diminuire la privacy, indebolire la coesione civica e renderci vulnerabili alla manipolazione”.

Tutti questi aspetti rappresentano gli inevitabili effetti collaterali delle tecniche che Facebook e gli altri utilizzano per estrarre valore dagli utenti, compromettendo la nostra privacy e rendendo i social network degli strumenti che danno letteralmente dipendenza. La risposta a queste criticità arriva da IndieWeb, un gruppo di sviluppatori di social network decentralizzati, in cui ogni utente affitta o possiede il server dove vengono ospitati i contenuti.

Un esempio è quello di Micro.blog, una piattaforma che ricorda da vicino Twitter e che permette di seguire altri utenti, vederne i post e interagire con loro. Chiunque pubblichi su questo social network lo fa usando un dominio ospitato da Micro.blog o sul proprio server: la piattaforma è quindi un aggregatore che permette agli utenti di entrare in contatto tra di loro, mantenendo però il completo controllo e possesso dei contenuti pubblicati e senza che nessuno raccolga dati personali per targettizzare pubblicità o altro.

“Gli utenti posseggono ciò che scrivono e possono fare ciò che vogliono con esso; anche postarlo, simultaneamente, su altri aggregatori”, prosegue Newport. “Se Micro.blog iniziasse a raccogliere i dati degli utenti, o se un altro servizio fornisse una qualità più elevata, gli iscritti potrebbero spostare i loro contenuti sull’aggregatore rivale con pochissimo sforzo”. In questo modo, non solo la possibilità di farsi concorrenza tra social network concorrenti sarebbe salvaguardata (un problema importante nell’epoca dei monopoli digitali), ma il materiale da noi pubblicato rimarrebbe saldamente in mano nostra.

Un secondo esempio di social network che ha adottato la stessa filosofia è Mastodon, creato nel 2016 da Eugen Rochko. Ogni account aperto, chiamato “istanza”, è indipendente dagli altri e permette di riunirsi ad appassionati dello stesso argomento, che creano così una “federazione” delle loro varie istanze. L’aspetto innovativo è che ogni federazione è gestita in tutti gli aspetti dalla comunità di riferimento (che ne decide anche le regole di comportamento), restituendo – come ha spiegato il fondatore – “il controllo dei canali di distribuzione alle persone”.

Per il momento, Mastodon ha poco più di 400mila utenti e le istanze più seguite non superano i 2mila. Navigando tra i contenuti – che spaziano da gruppi di appassionati di cybersicurezza alle comunità queer, fino ai “libertariani socialisti solarpunk” – si ritrova però quello spirito che caratterizzava l’open web delle origini: varietà, autogestione e caos creativo.

Il futuro dei social network passa da un ritorno alle origini del web? Difficile a dirsi: una volta imboccata la strada dei colossi digitali come Facebook e TikTok, è difficile tornare indietro (anche per le risorse che questi hanno a disposizione). Ma più cresce l’insoddisfazione, e a volte anche l’intolleranza, nei confronti delle piattaforme tradizionali, più si apre uno spazio per strumenti che si rivolgono a un pubblico preciso, che non diventano un buco nero che risucchia il nostro tempo e che puntano su una partecipazione più attiva. Il futuro dei social network potrebbe quindi essere un ritorno al passato, ma per sapere se davvero IndieWeb o i social network di nicchia sostituiranno i colossi a cui oggi affidiamo buona parte delle nostre vite è davvero troppo presto.

Fonte: Wired

Cos'e' il Green Friday, la risposta ambientalista francese al Black Friday
Facebook fa scuola di social network ai Comuni italiani
× WhatsApp Available from 09:00 to 23:00