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La polizia europea vuole un database condiviso per il riconoscimento facciale

Le polizie nazionali di 10 stati membri dell’Ue vogliono una rete paneuropea di banche dati dei volti. Un funzionario Ue ha fatto filtrare un documento segreto che lo conferma, con tutti i rischi del caso.

Homeland e altre fortunate serie tv di genere spionistico di questi anni ci hanno abituati all’idea di un riconoscimento facciale globale, ma quello era solo fiction, giusto? Sbagliato, dato a breve potrebbe davvero diventare realtà, grazie a un nuovo progetto europeo. La testata The Intercept – quella che per prima ha diffuso diversi documenti segreti forniti da Edward Snowden sulla National Security Agency americana – venerdì scorso ha svelato come le polizie nazionali di 10 stati membri dell’Ue stiano sfacendo pressione per ottenere una rete paneuropea di banche dati di riconoscimento facciale. L’Fbi e l’Europol per ora non hanno risposto alle domande sugli accordi di condivisione dei dati, mentre un portavoce della Commissione Ue ha ammesso che il tema è in valutazione senza aggiungere altro.

Tutto gira intorno a un rapporto redatto dalle polizie, e fortemente sostenuto dall’Austria, che domanda l’introduzione di una nuova norma capace di favorire la condivisione dei database dei vari stati. La fonte autorevole di questo leak è un funzionario Ue che – come altri – ha ricevuto a novembre la documentazione. Il timore è che si voglia ampliare non solo la portata dell’attuale sistema Prüm – che dal 2005 ha rafforzato la cooperazione per lo scambio di informazioni su sospettati, falsificazione di documenti, veicoli rubati, etc. – ma anche potenziare gli attuali database degli inquirenti che già includono dati su Dna, impronte digitali e immatricolazioni. Il tutto nell’ottica di stabilire anche accordi bilaterali con gli Stati Uniti, e quindi arrivare a un consolidamento transatlantico di volumi di dati biometrici.

La Commissione Ue, sempre stando al documento, starebbe finanziando per quasi 700mila euro uno studio di Deloitte sulle potenziali modifiche al sistema Prüm, e per 500mila euro un consorzio di istituzioni pubbliche capitanate dall’Istituto estone di scienza forense per “mappare la situazione attuale del riconoscimento facciale nelle indagini penali in tutti gli Stati membri dell’Ue” al fine di convergere verso “l’eventuale scambio di dati facciali”.

Ciò è preoccupante sia a livello nazionale che europeo, soprattutto perché alcuni paesi dell’Ue si orientano verso governi più autoritari”, ha affermato Edin Omanovic, direttore di Privacy International. L’organizzazione inglese che si batte per la difesa della privacy ha il timore che si possano superare i confini del legittimo lavoro di indagine aprendo la strada alla “sorveglianza motivata politicamente”. Fermo restando il fatto che secondo molti esperti questo tipo di tecnologia è a rischio di pervasività, può essere usata illegalmente e senza giustificazioni, e infine in alcuni casi si è dimostraa inaccurata – soprattutto discriminando in base al colore della pelle.

Perché la polizia vuole database interconnessi di riconoscimento facciale?

Il documento trapelato spiega che il riconoscimento facciale è uno strumento biometrico “altamente appropriato” per identificare i sospetti sconosciuti e che i database andrebbero creati e collegati “il più rapidamente possibile”. Sottolinea anche l’esigenza di garanzie di protezione dei dati, come ad esempio la verifica umana delle corrispondenze automatizzate, e la supervisione dell’Europol. Però gli esperti di privacy sostengono che in mancanza di controlli adeguati un sistema di tale portata potrebbe avere effetti collaterali indesiderati. Un po’ come avere una macchina sofisticata altamente pericolosa i cui benefici vanno calcolati anche in relazione ai rischi di impiego.

Solleva molte domande come la polizia sta usando il riconoscimento facciale e la raccolta di immagini, così come negli Stati Uniti per quanto riguarda il giusto processo e l’espressione del Primo emendamento”, ha ricordato Neema Singh Guliani, consulente legislativo presso l’American Civil Liberties Union. “Date le relazioni esistenti di condivisione delle informazioni, è molto probabile che gli Stati Uniti vorrebbero avere accesso a tali informazioni”.

Un esempio di scenario è quello che riguarda l’Austria. Come ha raccontato Reinhard Schmid, un funzionario di Intelligence del paese, dal 2017 l’accesso ai database criminali di impronte digitali dell’FBI ha consentito il controllo incrociato su 12mila persone e l’identificazione di 150.

Circa 20 di queste persone identificate erano sotto inchiesta e sospettate di appartenere a organizzazioni terroristiche, mentre in 56 casi le persone avevano tentato di usare una falsa identità”, ha affermato Schmid. Ha funzionato, insomma. E quindi – sostiene implicitamente la polizia – perché non includere anche il riconoscimento facciale, che è una tecnologia disponibile e pronta all’uso?

Fonte: Wired

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