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L’idiozia di Facebook che blocca le sardine senza motivo

È stata oscurata – e dopo alcune ore rimessa online – la pagina del movimento. Secondo i suoi sostenitori, il social network avrebbe agito sull’onda di numerose segnalazioni prive di fondamento lanciate da gruppi e pagine pro-Salvini.

L’idea che un’ondata di segnalazioni pilotate sia stata in grado di far oscurare per una nottata la pagina ufficiale delle “sardine” (“6000 sardine”), nata qualche giorno fa e già arrivata a 160mila fan, la dice lunga sullo status di democraticità di Facebook. Sul fatto, cioè, che uno spazio sul quale si sprecano polemiche da anni praticamente per ogni aspetto della sua gestione non sia ancora in grado di garantire un servizio lineare e a prova di squadrismo digitale. Peccato che proprio su quella piattaforma si sviluppi gran parte del dibattito pubblico contemporaneo. Non proprio rassicurante.

La pagina ufficiale delle sardine è stata dunque bloccata per qualche ora, risultando irraggiungibile nella serata di domenica, per essere poi rimessa online nella nottata. “La pagina non presenta violazioni”, questo l’esito che il social di Menlo Park avrebbe riportato agli amministratori. Che ovviamente non ci stanno: “In attesa di ricevere ulteriori chiarimenti tecnici sull’accaduto – si legge in un post – se dovesse succedere di nuovo, invitiamo tutti a pazientare e non creare pagine, gruppi o eventi alternativi. Generano confusione e disorientamento. Ogni attacco o problema sui social riempirà semplicemente di più le piazze. Per chi non l’avesse capito…”.

Molti gruppi di supporto, a partire dai Sentinelli di Milano e Roma, avevano denunciato quanto stesse accadendo nelle ore precedenti e successive al blocco: “Vi mostriamo” – scrivevano nella serata di ieri sulla pagina romana – “cosa stanno facendo nei gruppi salviniani per oscurare le pagine delle ‘sardine’, corredando alcuni post di una serie di inequivocabili screenshot di utenti impegnati a coordinarsi per organizzare quanto accade troppo spesso. Cioè una segnalazione in blocco delle pagine sgradite per costringere i sistemi automatizzati di Facebook a congelare in un primo momento le pagine, salvo poi sottoporle a verifica in carne e ossa e sbloccarle. Non mancano le schermate di chi si dice soddisfatto dell’oscuramento: “Quando riaprono si ricomincia lo shit”.

Non solo Facebook dovrebbe scusarsi, in questo come in molti altri casi, e non pare siano mai arrivate scuse circostanziate. C’è molto altro, le scuse in fondo sono solo forma. Dopo anni di polemiche sulla moderazione dei contenuti e sulla permanenza online di migliaia e migliaia di pagine che violano palesemente gli standard della comunità sembra veramente folle che basti il coordinamento di qualche manipolo di mercenari da social per gabbare ancora e ancora i meccanismi automatizzati, portando alla chiusura della pagina di un movimento pacifico e democratico che sta riempiendo le piazze d’Italia. Appare ancora più folle che occorrano troppe ore per identificare uno schema di azione in realtà molto chiaro, cioè per individuare i pattern che ci sono dietro le segnalazioni, e rimediare: l’intelligenza artificiale di Facebook non è in grado di capire come e da dove arrivino quelle segnalazioni, di tracciare delle reti che stanno loro dietro, di analizzare orari e densità delle segnalazioni? Ci parlano di realtà aumentata ma non riescono a individuare un’iniziativa basilare organizzata in massa e a neutralizzarne gli effetti, fin da subito, rendendola inutile. E magari denunciandola agli amministratori di una certa pagina bersaglio.

Un ulteriore segnale di allarme per il futuro, oltre che per il presente. Non c’è mobilitazione né organizzazione pacifica che sia al sicuro su Facebook così come sulle altre piattaforme. La vischiosità dei meccanismi è assoluta, il margine di manovra dei provocatori ancora troppo ampio, i sistemi di analisi di segnalazioni e contenuti non comprendono in tempi rapidi possibili movimenti malevoli. Così, “quando riaprono si ricomincia lo shit”. Meglio cominciare a trovare altre sponde social, per organizzarsi in rete.

Fonte: Wired

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