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Time machine, l’enorme motore di ricerca europeo su arte e storia

Il progetto coinvolge decine di musei, archivi e università per creare “macchine del tempo” e mettere a disposizione opere d’arte e documenti in 3D.

Il progetto Time Machine, finanziato dalla Commissione europea, è uno dei più ambiziosi e affascinanti del mondo per “trasformare il patrimonio storico e culturale in una risorsa vivente”. Al momento bisogna fare uno sforzo di immaginazione e accontentarsi dei rendering realizzati dai vari team accademici e di ricerca, ma l’obiettivo è chiaro. Nei prossimi tre anni – quindi entro il 2023 – verrà realizzato un motore di ricerca capace di “accedere alle informazioni su persone e luoghi del passato”. In pratica decine di archivi di musei e biblioteche storiche metteranno a disposizione documenti e libri digitalizzati che tramite l’intelligenza artificiale e l’estrazione dei big data consentiranno “interpretazioni più ricche del nostro passato”.

Apparentemente potrebbe sembrare un progetto solo per addetti ai lavori, ma la prospettiva è di creare ricostruzioni digitali 4D di ogni luogo storico con abbinati dati di ogni tipo, dai profili di personaggi chiave alle dinamiche sociali, fino ai trend economici. Si parla di 4D perché oltre alla grafica digitale 3D, che consentirà di “visitare i luoghi”, si potrà intervenire anche sulla componente temporale per tracciare l’evoluzione. La fruizione sarà possibile non solo via pc, ma anche smartphone e interfacce di realtà aumentata.

La rete europea del progetto

La genesi del progetto Time Machine risale al 2016, quando l’Unione europea ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere idee. Nel tempo sono state coinvolte le principali organizzazioni accademiche e di ricerca europee, le istituzioni per i beni culturali e le imprese private. Oggi si contano 33 istituzioni centrali che saranno finanziate singolarmente dalla Commissione europea con 1 milione di euro, e oltre 200 organizzazioni di 33 paesi, tra cui 7  biblioteche nazionali (Austria, Belgio, Francia, Israele, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera) e 19 archivi di stato (Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Ungheria, Lituania, Malta, Norvegia, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Slovacchia, Svezia).

Il progetto si basa su un modello operativo ‘in franchising’ che raggruppa studiosi, organizzazioni per i beni culturali, enti governativi e grandi gruppi di volontari attorno a progetti integrati specifici incentrati sulle città”, spiega il sito ufficiale del progetto: “Le macchine del tempo locali sono attualmente in fase di sviluppo a Venezia, Amsterdam, Parigi, Gerusalemme, Budapest, Ratisbona, Norimberga, Dresda, Anversa, Gand, Bruges, Napoli, Utrecht, Limburgo e altre”.

In Italia sono in prima fila le università di Venezia, Bologna e Napoli. Come nuove piattaforme di informazioni, è probabile che i mirror worlds svolgano un ruolo importante come quello che rivestono ora i social network o il web. Tra dieci anni, la nostra ambizione consisterà nell’avere sviluppato il primo mirror world europeo in 4D”, ha sottolineato Frédéric Kaplan, coordinatore del progetto. E per mirror world, di cui ha scritto anche il co-fondatore di Wired Kevin Kelly, si intendono gemelli digitali delle nostre città: veri e propri strati di informazione da interrogare.

Il progetto prevede anche la creazione di punti di connessione per la digitalizzazione “al fine di accelerare la trasformazione di beni e archivi pubblici e privati in risorse digitali accessibili”. Senza contare lo spiegamento di strumenti per accelerare i tentativi di digitalizzazione.

La macchina del tempo di Venezia

L’università Ca’ Foscari di Venezia sta sviluppando una Time Machine locale che punta a realizzare una ricostruzione 4D dell’area della Laguna con una finestra temporale che va dall’anno Mille al Duemila. La rivista Nature ha raccontato nel 2017 come gli 80 chilometri di scaffali degli Archivi di stato di Venezia, presso l’ex convento francescano dei Frari e il convento San Nicoletto, siano ricchi di mappe, documenti catastali, manoscritti, monografie e ogni tipo di documentazione legata alla città. Tutti reperti che in molti casi non sono stati consultati dagli storici contemporanei.

Ecco quindi la decisione di digitalizzare tutto, ma in una modalità più avanzata rispetto al passato. Non si parla solo di copie digitali ma della possibilità di mettere in relazione i contenuti presenti nei documenti, anche di quelli scritti a mano. Evidente la sinergia tra machine learning, big data e intelligenza artificiale per ottenere “riferimenti incrociati”. A quel punto un palazzo di Venezia può manifestarsi come elemento chiave per la storia di un personaggio, l’evoluzione commerciale di un quartiere, etc. E contemporaneamente la ricostruzione 3D di un’area può approfittare di queste informazioni per mostrare il cambiamento. I documenti catastali rivelano passaggi di proprietà, altri interventi architettonici. E lo stesso approccio può essere replicato mettendo in gioco che opere d’arte.

A che punto siamo?

Il coordinamento è affidato a la Scuola Politecnica Federale di Losanna, dove lavora Kaplan. Il team di lavoro in questo momento sta ultimando la propria piattaforma di pubblicazione Rfc (Request for Comments), che sarà alla base della strategia di progettazione. A marzo 2020 verranno pubblicati i risultati dei lavori, tra cui il piano di sviluppo, di scalabilità e di sostenibilità, con la versione per il pubblico della piattaforma e la presentazione dell’infrastruttura.

Fonte: Wired

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